Le famiglie sono trappole? Sono un limbo di rimpianti e recriminazioni? Quando smettono i legami familiari di essere fonte d’amore e serenità per diventare un inferno di menzogne e rancori decennali?

Questi sono alcuni interrogativi che Domenico Starnone ha infuso in Lacci, romanzo da cui Armando Pugliese ha tratto l’omonimo spettacolo teatrale in scena presso il Teatro Eliseo fino all’undici febbraio.

Vanda e Aldo si sono sposati giovanissimi negli anni ’60, più per una scelta controcorrente, hanno avuto due figli, Sandro e Anna, e vissuto serenamente fino all’allontanamento dell’uomo.

Aldo a 34 anni, per motivi professionali a Roma dalla nativa Napoli,, ha conosciuto la diciannovenne Lidia e innamoratosi di lei ha rotto qualsiasi legame con la propria famiglia, rompendo irreparabilmente l’equilibrio delle esistenze dei suoi cari.

Tuttavia pochi anni dopo ha deciso di riconciliarsi con loro, devastato dal senso di colpa pur continuando a rimpiangere Lidia e la libertà che aveva ottenuto.

E Vanda e i suoi figli che cosa hanno provato rispetto a questo ritorno? Hanno, nei successivi decenni, perdonato il padre e voltato pagina?

L’opera teatrale mette in scena una sorta di cronostoria di questo nucleo familiare: le missive scritte da Vanda al marito durante il lungo periodo della separazione unilaterale, colme di rabbia e disperazione per un gesto privo di spiegazioni da parte di Aldo, seppur la donna sia conscia del rapporto con Lidia mai realmente chiarito dal marito; il presente in cui la coppia ormai anziana fa ritorno nell’appartamento romano in cui risiedono da lungo tempo, dove si confrontano loro due e successivamente i loro figli in un gioco di specchi e rimandi tra genitori e figli.

I lacci del titolo sono quelli delle scarpe di Aldo, una metafora dei rapporti umani e della loro fragile interconnessione.

La memoria gioca un ruolo fondamentale nell’opera: gli stessi eventi sono ricordati attraverso le differenti prospettive dei protagonisti, con cambi interpretativi e particolari che differiscono.

Versioni diverse di accadimenti che hanno segnato e mutato quattro persone in maniera profonda e ineluttabile.

Silvio Orlando, con tocco lieve, interpreta Aldo; ci racconta e si racconta motivazioni ed emozioni che hanno supportato le sue scelte. Nei momenti in scena con Roberto Nobile, che interpreta l’anziano scapolo vicino e amico di famiglia, fa sorridere la platea con la sua maschera colma d’una malinconica comicità, la quale cela il dramma d’un’esistenza satura di rimorsi verso la propria famiglia e rimpianti nei confronti di un tempo folle e felice latore di altrui dolore.

Vanessa Scalera dona al personaggio di Vanda molteplici sfumature di donna, dalla moglie ferita alla madre disperata fino ad una condizione di rabbioso e perpetuo distacco nella maturità rispetto al mondo circostante, in maniera convincente ed emozionante.

Piergiorgio Bellocchio e Maria Laura Rondanini sono Sandro e Anna da adulti, due individui astiosi e anafettivi  che detestano i genitori più per la rappacificazione forzata  cui li hanno costretti che’ per la fuga del padre.

Quattro estranei scacciati dall’Eden, come Anna definisce l’idillio familiare  prima della temporanea rottura mai rigeneratosi.

Suggestive la scenografia di Roberto Crea e le luci di Gaetano La Mela con dei chiaroscuri capaci di connotare efficacemente le emozioni dei personaggi.

Roberto Cesano