In scena,  nella suggestiva cornice de Il Teatro La Basilica, fino a domenica 6 giugno, Ion diretto da Dino Lopardo/Collettivo Itaca.

Giovanni – Andrea Tosi – vive assieme al fratello Paolo – Alfredo Tortorelli – isolato dal resto del mondo ed immerso nella scrittura, mentre Paolo provvede a mantenere entrambi con lavori umili, con un forte desiderio di riscatto sociale sociale.

Due individui antitetici, distanziati anche nell’espressione lessicale: il linguaggio forbito di Giovanni non sempre ben compreso da Paolo, che s’esprime attraverso un dialetto popolare.

La mancanza di una completa comprensione ed accettazione reciproca all’interno di un contesto familiare rappresenta il tema portante dell’opera: la Famiglia diviene luogo simbolico di aberrazione e reclusione pur non perdendo l’affettivita’del legame di sangue: Paolo ama il fratello e s’occupa di lui, come ha fatto con la madre morente e, sin,da bambino, ha cercato d’includerlo nelle attività sociali, scontrandosi col padre deciso a tenere isolato Giovanni perché malato.

La malattia del protagonista, agli occhi del padre, è l’omosessualità e per questo sarà costretto in casa fino alla morte dei genitori, in una condizione di prigionia devastante.

Infatti, la forzata reclusione tra le mura domestiche ha prodotto in lui la costruzione di un mondo interiore, completamente staccato dalla realtà.

Quel mondo materiale in cui, invece, appare immerso suo fratello, così desideroso di beni di consumo come tv ultrapiatte e macchine di lusso, che lo innalzino dalla miseria economica.

Ion, noi al contrario, affronta gli orrori e anche la tenerezza insita nella complessità della sfera familiare, attraverso una vicenda desolante di rifiuto della diversità – la pazzia di Giovanni è letteralmente colpa dell’ignoranza dei genitori, tuttavia egli stesso si accanisce contro Paolo con sdegno e superiorità, per nulla grato dei sacrifici che questi compie per lui.

L’intelligenza del soggetto sta, perciò, nel modo in cui analizza le meccaniche relazionali evitando la trappola della banalità; Giovanni, escluso e diverso in quanto mosso da pulsioni omoerotiche, non è solo vittima nel contesto familiare ma anche carnefice e vampiro emotivo verso un fratello, gretto nei modi e nelle aspirazioni, però sinceramente affezionato a lui.

In Giovanni, l’isolamento ha prodotto uno scollamento dalle emozioni, poiché chi prova un forte dolore difficilmente tende a sviluppare empatia verso l’altro da se’.

I due fratelli sono mondi lontanissimi  destinati a non convergere mai, pur uniti da un amore profondo anche nell’incapacita’ di manifestarsi.

Ion vanta una pregevole regia e una costruzione lirica e struggente di quadri scenici, fortemente connotativi a livello narrativo; una serie di scelte che elevano una trama intrisa di poesia, ma non originale come drammaturgia, ottenendo un ottimo risultato.

A livello narrativo non e’ assolutamente semplice poter presentare uno sguardo innovativo su un tema anche abusato, qual’e’ la Diversità nella famiglia tradizionale ed Ion non presenta alcuna lacuna in quanto condensa come spettacolo la potenza espressiva del teatro nella recitazione perfetta dei tre protagonisti (ai due interpreti principali, si unisce Iole Franco, la madre, che appare come visione e ricordo ai figli, suggestiva come presenza e fisicità), nell’uso sapiente  degli spazi, degli elementi di scena e delle luci.

La somma di tali elementi ha generato  un’opera intensa e struggente, come lo sguardo di Giovanni/Andrea Tosi, che ha effettuato ricerche sul disagio nelle strutture psichiatriche, più che consigliata agli amanti del buon teatro, a digiuno da quasi un anno.

Roberto Cesano