van_goghAl teatro Millelire, Vincent – Vita, colori e morte di una follia,  scritto e interpretato Leonardo Losavio, con la regia di Roberto Galano.

Il sipario si apre sul palco buio, luci soffuse, cornici vuote che penzolano dal soffitto, una sedia, un comodino e un piccolo piedistallo su cui si erge un cappello sovrastato da quattro candeline. Tutto rigorosamente bianco, un bianco che aspetta di esser colorato dal pathos teatrale. Dal buio entra Leonardo Losavio nei panni di Vincent Van Gogh, e comincia a dar vita a una piccola autobiografia di un artista che racconta se stesso, l’altra faccia della luna che non viene mai raccontata: dal primogenito della famiglia Van Gogh, morto dopo il parto, la nascita di Vincent e la conseguente identificazione col figlio morto l’anno precedente, la frustrazione dei rapporti con la famiglia, la madre depressa, il desiderio di farsi apprezzare e di esser considerato. Uno scenario formativo pessimo per Vincent, che finirà per condizionare tutta la sua vita; dopo la fase di adolescenza le cose peggiorano, a partire dai primi passi per una vita religiosa autoimposta a una relazione d’amore non corrisposta con una pseudo prostituta. La sua unica certezza rimane lo stretto rapporto col fratello Théo. Infine l’arte. L’unica strada possibile: il suo personale modo di esternare i  pensieri, le sensazioni, i sogni, le frustrazioni e le angosce che lo porteranno al suicidio a soli 37 anni. Reietto dalla sua stessa famiglia, come anche dalla donna che amava, artista maledetto tra impressionisti francesi, a ridosso degli esponenti delle avanguardie. Lui era un outsider, uno di quelli che giocava e perdeva da solo, da sempre non interessato alla vittoria e alla lotta della supremazia artistica, ma dedito alla ricerca della semplicità e della vita rurale. Losavio riesce a trasporre realmente la scontro dicotomico tra pazzia e lucidità, un exploit di sensazioni reali, il bisogno d’amore e d’esser compreso, l’evasione dalla realtà che spesso l’artista esternava con atti di violenza verso il mondo esterno e verso se stesso, rimanendo impresso nei quadri. La narrazione è cronologica e Vincent rivive la sua stessa vita attraverso le sue opere, impregnate del suo passato, mentre si sposta da una cornice vuota all’altra come per suggellare pezzi di vita su tele invisibili, contornate da cornici bianche che pendono dal soffitto. Sporco in volto con oli colorati (si dice che parte della pazzia dell’artista sia dovuta anche all’intossicazione delle vernici), la sua drammaticità pervade tutta l’opera sia nei barlumi di un lucido artista romantico e triste, sia nella pazzia per cui il mondo lo additava. “Non sono pazzo” si ripeteva in continuazione, mentre voci fuori campo accentuavano i dissidi interiori di Vincent, da un lato la sua coscienza, dall’altro le voci delle persone che gli marcarono a fuoco l’anima.

E’ vestito in modo semplice, una camicia un po’ sgualcita, pantaloni classici. Ci sorprende? Con un minimo di attenzione in più, si evince che è  identico ai suoi celeberrimi autoritratti. A volte brani di musiche malinconiche vanno a supplire i momenti di silenzio e dramma interiore, come quando il morente Vincent si abbandona ai ricordi, mai dolci, sempre ricolmi di recriminazioni. Non sapremo mai se questo artista fosse davvero pazzo o no ma sicuramente questo velo di mistero avvolgeva un uomo sensibile che provava emozioni forti. Entrare negli occhi di chi sembra diverso è sempre complicato perciò ci si affida a ciò che  suggeriscono i sensi: la pazzia. L’interpretazione di Losavio è impeccabile e colma di pathos, ben studiata ed esposta, padroneggia superbamente il palco durante il breve monologo; ciò che ne viene fuori è un ricordo di un uomo, delineato non tanto per il lato artistico che tutti conoscono, ma per il suo dramma umano. Il teatro Millelire ha fatto rivivere un pezzo di storia dell’umanità mostrando proprio umanità di chi all’umanità ha rinunciato con un colpo di pistola al torace. Standing ovation finale e lo spettacolo conferma il successo preannunciato a Foggia.

 In scena dal 17 al 29 settembre al teatro Millelire

 

Marco Lelli